PuntoSostenibile

Come il Giappone di 400 anni fa usò l’economia circolare per salvare Tokyo

La lezione di Roman Krznaric

di Annamaria Duello
pubblicato il 15/01/2026

Quando attraversiamo una crisi, siamo abituati a guardare avanti in cerca di soluzioni nuove. Ma spesso le risposte più potenti arrivano da molto più lontano. La Storia, quella con la S maiuscola, se la sappiamo ascoltare, è un bacino inesauribile di idee.

Una delle lezioni più green e sorprendenti arriva dal Giappone di quattrocento anni fa, quando Tokyo, allora chiamata Edo, riuscì a evitare il collasso ecologico trasformandosi in un esempio virtuoso di città sostenibile ante litteram.

Una storia (e una lezione!) raccontata dal filosofo e saggista Roman Krznaric nel libro La storia per un domani possibile, che è stata anche al centro di un progetto video di  TED-Ed. Un esempio concreto di come il passato possa offrirci strumenti preziosi ancora validi per le sfide del presente.


La storia per un domani possibile

Innovazioni e cambiamenti sociali che hanno avuto successo. E perché
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All’inizio del XVII secolo, Edo era già una metropoli. Con una popolazione che si avvicinava al milione di abitanti, era una delle città più grandi del mondo. La sua crescita, tuttavia, aveva un costo altissimo.

Anni di disboscamento intensivo avevano causato una grave deforestazione. Il legname scarseggiava, l’erosione del suolo aumentava e le inondazioni diventavano sempre più frequenti, mettendo a rischio anche le riserve alimentari. La città era sull’orlo di un collasso ecologico.

Eppure, nel giro di pochi decenni, Edo cambiò radicalmente rotta. Come? Delle complesse dinamiche politiche portarono la città all’isolamento, e questo fu il punto di svolta.

Nel 1600 Tokugawa Ieyasu (il primo shogun, cioè governatore militare supremo, del periodo Edo) riuscì a unificare il Giappone dopo oltre un secolo di guerre civili, inaugurando lo shogunato Tokugawa, che avrebbe governato il Paese dal 1603 al 1867. Preoccupati dall’influenza delle potenze straniere, gli shogun imposero forti limitazioni ai contatti con l’estero. Così, l’ingresso dei mercanti stranieri fu vietato e ai cittadini giapponesi fu quasi impossibile lasciare il Paese. Questa chiusura forzata tolse al Giappone il privilegio delle importazioni, costringendo i suoi abitanti a vivere con ciò che già avevano.

Per compensare la drastica riduzione delle risorse esterne, lo shogunato investì nell’aumento della produzione interna, ma soprattutto nella riduzione dei consumi e degli sprechi.

Alla base di questo cambiamento c’era un principio culturale profondo, ispirato al buddhismo, quello del mottainai. Un concetto che invita, ancora oggi, a non sprecare nulla e a rispettare il valore delle risorse.

Quando l’impoverimento ambientale di Edo divenne impossibile da ignorare, gli shogun introdussero limiti severi al disboscamento e avviarono vasti programmi di riforestazione. I villaggi locali furono obbligati a piantare milioni di alberi. Per ridurre ulteriormente il consumo di legname, le abitazioni vennero costruite con componenti standardizzati, pensati per essere smontati, riparati e riutilizzati. In questo modo, il riuso rivenne presto la regola, non l’eccezione.

A Edo nacquero interi settori economici dedicati all’eliminazione degli sprechi. I sottoprodotti agricoli, come la paglia di riso, venivano trasformati in corde e materiali da imballaggio. La cera delle candele veniva raccolta e rifusa. Ombrelli e sandali non si buttavano, si riparavano. Persino i rifiuti umani venivano raccolti e riutilizzati come fertilizzante per l’agricoltura. All’interno delle case, le famiglie svilupparono un rapporto rispettoso e quasi intimo con gli oggetti, che venivano costantemente adattati a nuovi usi, e mai trasformati in semplici rifiuti.

I kimono, per esempio, venivano rammendati più volte. Quando il tessuto diventava troppo usurato, veniva usato per rivestire i futon, poi tagliato per realizzare pannolini o stracci per le pulizie, e solo alla fine bruciato come combustibile. Le ceramiche rotte non venivano buttate, ma riparate con una tecnica che riuniva i frammenti evidenziando le crepe con lacca dorata. E così via.

Certo, c’è da sottolineare che questo straordinario sistema di economia circolare fu la risposta a una situazione e a un assetto sociale tutt’altro che ideale. Il potere era autoritario, le leggi rigide e severe, la struttura sociale profondamente diseguale. Una situazione complessa che andò avanti fino alla seconda metà del XIX secolo, quando l’inflazione e le pressioni esterne (compreso l’intervento militare degli Stati Uniti) costrinsero il Giappone a riaprire le porte al commercio internazionale.

Nonostante le sue contraddizioni, la trasformazione di Edo resta una lezione di storia e di economia circolare potentissima. Una città che, sull’orlo del collasso ecologico, riuscì a reinventarsi riducendo gli sprechi, ripensando i consumi e valorizzando ogni risorsa disponibile.

Oggi, in un mondo in cui solo il 7% dell’economia globale è circolare, la storia di Edo ci ricorda che ciò che possiamo fare di più. Dal dare più valore agli oggetti, al ridurre ulteriormente sprechi e consumi. Ciò che è rotto può essere riparato, e in alcuni casi diventare ancora più bello e unico di prima. 

La Storia non è solo memoria: è un laboratorio di possibilità e di idee ancora valide e brillanti per affrontare, con nuovi strumenti e consapevolezza, le incognite del presente. Sta a noi decidere se ascoltarla.