
Effetto a cascata o di risalita?
Inflazione che erode salari e pensioni, servizi pubblici sotto pressione, emergenze climatiche sempre più frequenti e costose. Chi deve sostenere il peso delle crisi intrecciate che stiamo attraversando? Mentre si moltiplicano gli appelli alla “responsabilità” dei conti e ai sacrifici diffusi, resta sorprendentemente marginale la questione della concentrazione estrema della ricchezza e del suo trattamento fiscale. È in questo contesto che il volume fresco di stampa Tassare i ricchi di Jørgen Randers e Bjørn A. Kellerhoff (edizione italiana a cura di Gianfranco Bologna, con la collaborazione di Sergio Ferraris) si inserisce con forza nel discorso contemporaneo, smontando una narrazione ancora dominante e proponendo una chiave di lettura utile anche per l’Italia: la disuguaglianza non è un effetto collaterale inevitabile, ma il risultato di scelte politiche precise, che possono e devono essere rimesse in discussione.
Tassare i ricchi
Come farlo e perché
Jørgen Randers, Till KellerhoffVi proponiamo uno stralcio tratto dalla Postazione scritta da Sergio Ferraris, Direttore di QualEnergia e Nextville.it.
“Per decenni, le politiche economiche di stampo neoliberista hanno giustificato e avvallato la deregolamentazione dei mercati e la riduzione del carico fiscale per i grandi ed estremamente ricchi promettendo un benefico ‘effetto a cascata’. La narrazione dominante sostiene tutt’ora che l’accumulo di ricchezza ai vertici della società avrebbe inevitabilmente generato investimenti, posti di lavoro e, di conseguenza, un diffuso benessere che sarebbe ‘sgocciolato’ verso le fasce più povere. La realtà dei dati è un’altra […] Dal 2000 a oggi il processo di concentrazione delle ricchezze ha ulteriormente accelerato: per ogni nuovo dollaro di ricchezza prodotto dall’economia globale, 41 centesimi sono finiti nelle mani dell’1% più ricco, mentre alla metà più povera dell’umanità è arrivato appena un centesimo, sancendo una dinamica strutturale che trasforma la crescita in un moltiplicatore di disuguaglianza anziché in un veicolo di benessere condiviso. […]
L’analisi di Randers e Kellerhoff dimostra in maniera netta questa dinamica: al posto dell’effetto a cascata, il nostro sistema ha generato un potente ‘effetto di risalita’. La ricchezza globale viene costantemente risucchiata verso l’alto […] Gli yacht dei super ricchi navigano a vele spiegate e in acque tranquille, mentre le barche a remi della maggioranza sono in piena tempesta e rischiano d’affondare. Questo fallimento non è un incidente di percorso, ma è il risultato di una mutazione strutturale definita ‘finanziarizzazione’ dell’economia, in cui la quota del reddito da capitale cresce a discapito di quella del reddito da lavoro. […] Randers e Kellerhoff sostengono infatti che, di fronte alla doppia crisi ecologica e sociale e all’incapacità del mercato di affrontarla da sé, una tassazione equa delle ricchezze estreme rappresenta lo strumento più rapido, realistico e democratico per finanziare la transizione energetica e ridurre le disuguaglianze. In questo modello, i grandi detentori di ricchezza non arricchiscono la società investendo nell’economia ‘produttiva’, ma utilizzano i capitali esistenti per generare altro capitale attraverso speculazioni finanziarie, dividendi azionari e rendite immobiliari, sottratte al mercato reale. La ricchezza non sgocciola perché viene trattenuta e moltiplicata nei circuiti chiusi dei paradisi fiscali e dei mercati finanziari, sfuggendo alla tassazione e impoverendo i servizi pubblici. […] Continuare a sostenere l’idea dello ‘sgocciolamento’ significa tollerare un sistema che condanna i lavoratori a salari stagnanti e a una crescente insicurezza economica, lasciandoli al contempo sempre più esposti ai costi devastanti e regressivi della crisi climatica, davanti alla quale essi si trovano sempre più indifesi anche e specialmente per la mancanza sia di politiche d’adattamento – per le quali servono risorse pubbliche che oggi sono sempre meno, vista la polarizzazione della ricchezza e la scarsa tassazione dei patrimoni – sia per la sempre maggiore povertà relativa che impedisce anche una semplice difesa minima dagli eventi estremi, come, per esempio, la rilocalizzazione in zone più sicure.
Ed è qui che il volume compie un passo ulteriore, entrando nel merito di chi debba pagare. Non il risparmio ordinario, non i patrimoni medi, non la retorica della ‘casetta della nonna’, ma le grandi ricchezze patrimoniali ed ereditarie, i profitti societari e quelle concentrazioni di capitale che oggi riescono troppo spesso a sottrarsi all’imposizione grazie a scappatoie, elusione e paradisi fiscali.
Questa inarrestabile concentrazione della ricchezza e l’affermazione del ‘capitalismo della rendita’ fanno riflettere su un’ulteriore, insidiosa mutazione del sistema: la finanziarizzazione della vita reale […] una dinamica che mira a colonizzare le funzioni immateriali e a trasformare la nostra quotidianità in un servizio a pagamento continuo. Un esempio emblematico di questa deriva è il modello del product as a service (il prodotto come servizio). Spesso impacchettato e venduto al pubblico, con abili operazioni di marketing e con la rassicurante etichetta della sostenibilità o della ‘qualità green’, questo modello nasconde in realtà una brutale espansione della logica capitalistica, come dimostrano, tra le altre, le vicende legate a Uber e ad Airbnb.
Sempre più spesso, infatti, le aziende preferiscono non vendere più il bene fisico, ma mantenerne la proprietà assoluta per affittarne l’utilizzo. Oppure, come nel caso delle case automobilistiche, viene venduto il bene, a caro prezzo, mentre il software per funzioni aggiuntive, come la guida autonoma o il riscaldamento dei sedili, viene ceduto come abbonamento, nonostante l’hardware per questi servizi sia presente e, soprattutto, sia già stato pagato.
[…] Il risultato è una polarizzazione estrema, nella quale i rendimenti dei capitali, spinti dalle nuove tecnologie, crescono a un ritmo vertiginoso rispetto ai redditi da lavoro, allargando strutturalmente la distanza tra chi possiede le infrastrutture tecnologiche e il resto della popolazione.
[…] Frustrazione e risentimento logorano la coesione delle società, riducono la fiducia nelle istituzioni, erodono i sistemi democratici e preparano il terreno per l’ascesa dei populismi, come si è visto oggi nel caso di Donald Trump. La tecnologia non si può arrestare e sarebbe inutile e dannoso entrare in una fase di neo luddismo, ma è necessario intervenire circa il modo in cui i suoi frutti vengono distribuiti. E si tratta di una scelta politica.
Gli autori non escludono strumenti ulteriori di redistribuzione e compensazione; insistono però sul fatto che, nella fase storica attuale, nessuna misura appare insieme così semplice, rapida e politicamente praticabile quanto una tassazione equa delle grandi ricchezze […]”.

