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Ecologia e mercato, quando la tutela ambientale si fa dogma

di Paola Ficco
pubblicato il 14/07/2026

C’è un punto, in ogni convinzione, in cui la cura si trasforma in culto. L’ambientalismo lo ha raggiunto. Nato come sapere esatto (misura dei limiti, conoscenza dei cicli, prudenza per ciò che non si rigenera), ha ormai assunto i tratti di una fede: ha i suoi dogmi, i suoi sacerdoti e i suoi eretici, la sua liturgia dell’allarme. E, come ogni fede che dimentica le proprie origini, ha smarrito la distinzione tra il sacro e l’utile, tra ciò che merita venerazione e ciò che chiede soltanto governo.

Dirlo è necessario perché è un atto di fedeltà alla cosa stessa. Trasformare l’ambiente in idolo deve far paura, perché l’idolo non si discute, si serve; e ciò che non si discute, prima o poi, divora chi lo adora. Una nuova religione che offre, del resto, ciò che ogni fede promette: una certezza che dispensa dal pensare, una colpa già pronta da assegnare, un nemico battezzato in anticipo. È un conforto. Ma i conforti si pagano sempre più di quanto valgano.

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Affidare al diritto penale la regolazione ordinaria dell’inquinamento significa confondere la colpa con il rischio, il delitto con il processo produttivo. Il Dlgs 81/2026 (che recepisce la direttiva 2024/1203) dilata il perimetro dell’illecito ambientale fino a sfiorare ogni gesto della manifattura. Si dirà: serve un deterrente. Ma il diritto penale è l’extrema ratio, non può essere la grammatica quotidiana dell’economia. Quando la sanzione diventa la prima risposta e non l’ultima, l’impresa non smette di inquinare: smette di produrre. La paura è un pessimo legislatore: pretende l’esemplarità e raccoglie la fuga. E un Paese che resta la seconda manifattura d’Europa non può permettersi di criminalizzare la propria officina mentre altrove la stessa officina lavora indisturbata.

La tutela ambientale europea e il Green Deal sono nati come promessa di civiltà; rischiano di diventare un recinto entro cui soltanto l’Europa si vincola. Il mercato è globale, l’aria non conosce frontiere, la merce sì. Chiudiamo un’acciaieria a Taranto e la riapriamo, identica e più sporca, oltre i confini, dove le nostre regole non arrivano. Abbiamo esportato il fumo e importato la disoccupazione: un cattivo affare per il pianeta e per gli uomini. La purezza che si paga con la delocalizzazione è ipocrisia contabile. Il pianeta non ha frontiere doganali; il lavoro, invece, sì, e migra silenzioso dove la coscienza è meno esigente e le regole meno severe.

C’è una misura in tutto questo, ma l’abbiamo perduta. Abbiamo creduto che spegnere la fucina fosse un atto di pietà, mentre era soltanto un modo più lento di affamare.

Non si tratta di scegliere tra l’ambiente e il lavoro: è una falsa alternativa, la più pigra. Si tratta di restituire alle politiche ambientali il loro posto dentro le politiche industriali, non al di sopra di esse. Per troppo tempo abbiamo invertito l’ordine: l’industria è diventata l’imputata che deve giustificarsi davanti al tribunale dell’ecologia. Ma un’ecologia che non sa convivere con la fucina non salva la Terra: la consegna ai Paesi che della fucina non si vergognano.

Il rovesciamento è urgente. Se l’ambiente torna a essere uno dei fini dell’industria, e non il suo giudice, allora la fucina può tornare pulita senza spegnersi. Se invece prevale il dogma, ci attende un destino simmetrico e beffardo: chi non muore d’inquinamento muore di stenti. Tra il veleno e la fame non corre il progresso. Corre soltanto la stessa, antica miseria, vestita di verde.


Editoriale pubblicato su Rivista RIFIUTI, Bollettino di informazione normativa, Numero Rifiuti n. 351 luglio 2026


Immagine: Georgia de Lotz (Unsplash)