
Il ritorno del nucleare, tra propaganda e incognite tecnologiche
Intervista a Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio
In uno scenario globale caratterizzato dal ruolo della speculazione finanziaria, dalla crisi innescata dai conflitti in corso e dalla crescente domanda di energia, per ciò che riguarda il nostro Paese in questi giorni si è inserito un elemento nuovo. Con la legge delega votata alla Camera dei deputati, il governo punta a reintrodurre il nucleare nel mix energetico nazionale. Una misura che sembra andare nella direzione di una (futura… molto futura) minore dipendenza da quelle fonti fossili che attualmente espone l’Italia, più di altre nazioni, agli effetti dei mutamenti geopolitici. Cosa ci sia di concreto lo abbiamo chiesto a Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio, autori del recentissimo L’illusione nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili.
Dato il tema non possiamo non ricordare Gianni Mattioli, scomparso pochi giorni fa. Il fisico e politico che ha contribuito alla nascita e crescita di Legambiente e dei Verdi, in prima linea nelle battaglie contro il nucleare e maestro nel trasmettere rigore scientifico a generazioni di ambientalisti. Sua ultima indignazione fu per il tentativo del governo di rilanciare l’energia nucleare… Ci mancherà.
L'illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili
Gianni Silvestrini, Giuseppe OnufrioLa legge delega sul nucleare ha visto il primo passaggio parlamentare, alla Camera. Ora la questione passa al Senato. Questo provvedimento, per come è stato formulato, cosa effettivamente può cambiare nella politica energetica nazionale?
G.S. Non cambierà granché, ma rischierà di creare un gran polverone favorendo una distrazione dell’opinione pubblica. Pensiamo ai milioni previsti per le campagne di informazione. Però un approfondimento sul possibile ruolo degli SMR (Small Modular Reactors, reattori modulari di piccola taglia, ndr) evidenzierà la mancanza di progetti seri in occidente. Viceversa potrebbe far riconsiderare il ruolo delle rinnovabili, unica soluzione in grado di ridurre il prezzo dell’elettricità, a fronte di tecnologie che, se mai vedessero la luce, genererebbero i primi kWh tra il 2035 e il 2045.
Il testo contiene riferimenti al “nucleare sostenibile” ma cosa c’è di concreto dietro a questo termine?
G.O. Il riferimento è legato al regolamento europeo sulla Tassonomia che definisce cosa siano gli "investimenti ecosostenibili" e che, dunque, consente agli investitori di rivendicare investimenti sostenibili. Nella Tassonomia sono stati inclusi – a certe condizioni – anche il gas fossile e il nucleare, e non senza polemiche. Sull'inclusione del nucleare è stato respinto un ricorso legale dell'Austria e pende invece un ricorso presentato da otto uffici europei di Greenpeace. Diverse le contestazioni, a partire dalla violazione del principio "do no significant harm" che nel caso di una tecnologia a rischio di incidente rilevante è fortemente contestabile. Ma anche rimanendo nell'ambito della definizione della Tassonomia, cioè le condizioni imposte al nucleare per poterlo rivendicare un "investimento ecosostenibile" ce ne sono, tra le altre, due evidentemente non applicabili alla situazione italiana: un deposito già operativo per la gestione a lungo termine delle scorie a bassa e media radioattività, e un piano di dettaglio per un deposito per le scorie ad alta attività, da realizzarsi entro il 2050. Qualcuno potrebbe obiettare: queste cose le faremo. A parte il fatto che per il deposito per la bassa e media attività la strategia adottata finora è risultata fallimentare e il governo pensa di poter avere il deposito alla fine del prossimo decennio, definire sostenibile il nucleare in queste condizioni è a tutti gli effetti un falso ideologico. Infatti, l'inclusione nella Tassonomia serve a definire gli investimenti sul nucleare come "ecosostenibili" adesso e non tra 15 o 20 anni. A meno che il governo non intenda promuovere gli investimenti privati nel settore prima del 2040: altrimenti definire questi investimenti come "ecosostenibili" sarà una vera e propria truffa.
Il vostro libro documenta con un ampissimo riferimento a fonti autorevoli la realtà degli attuali trend globali per l’energia. Si può davvero sostenere che in questo scenario esista un “ritorno al nucleare”?
G.O. Esiste certamente una "resistenza nucleare" nei Paesi occidentali che hanno questa tecnologia e, specialmente, nelle potenze nucleari che, per ragioni strategiche, terranno a ogni costo aperto il settore, come vediamo per esempio in UK, dove procedono a programmare reattori EPR che hanno costi astronomici e del tutto fuori mercato. Questo è un punto essenziale che cerchiamo di spiegare nel libro: pensare di risolvere la questione dei costi puntando sui fantomatici piccoli reattori modulari, è puro nonsense. L'elettricità prodotta con piccoli reattori costerà di più di quella prodotta dai reattori di grande taglia, che sono già fuori mercato. E questo perché l'ipotesi di modularità – costruire in serie i pezzi da montare in sito – non è mai stata realizzata nemmeno dalla Cina, che ha fatto due SMR che, per i dati noti, vanno maluccio. Sull'aspetto dei costi c'è dunque un secondo falso ideologico: il Piano energia e clima, infatti, giustifica il ritorno al nucleare, puntando su una tecnologia non esistente e non definita, perché abbasserebbe i costi dell'energia. I dati dei nuovi reattori di grande taglia e le stime correnti in letteratura dimostrano invece il contrario: col nucleare i costi energetici sono destinati a crescere. Tutta questa pantomima nucleare serve ad aprire all'interesse di qualche lobby, a essere strumentalizzata politicamente e a rallentare la transizione. Perdiamo tempo a dibattere sul nucleare rallentando le rinnovabili e mantenendo il gas fossile al centro del sistema energetico nell'attesa di un qualche "Graal" nucleare, pulito, economico e profumato. Ma nessuna delle tecnologie in discussione è intrinsecamente sicura e fare non si sa dove 25-50 reattori da 300 MW – non così "piccoli": il doppio della potenza delle centrali del Garigliano, di Latina e di Trino – comporta dei rischi che nessuno ha mai calcolato.
Rimane un dubbio di fondo, ossia che tutto questo agitarsi verso una prospettiva tecnologica decisamente incerta, se non proprio totalmente fumosa, abbia a che fare con altro. C’è chi parla esplicitamente di una “bolla nucleare” una ennesima partita che si svolge tutta sul piano finanziario e le cui possibili concrete ricadute sul sistema energetico globale, non sono il reale oggetto di interesse. Cosa ne pensate?
G.S. In effetti, si osserva una crescita speculativa nel valore in Borsa delle aziende che sviluppano gli SMR, favorita dalle aspettative di un forte incremento della domanda elettrica dovuto ai data center e all’intelligenza artificiale. Parliamo di una bolla propagandistica da parte del governo destinata a sgonfiarsi o per un cambio politico, o per la comprensione dei tempi che sarebbero necessari per ottenere dei risultati. In realtà, un certo incremento della domanda ci sarà, ma la risposta verrà dalle rinnovabili abbinate agli accumuli che hanno tempi di realizzazione molto contenuti e costi bassi o dal metano in presenza di prezzi accettabili.
Immagine: Viktor Hesse (Unsplash)



