
Pace e clima, un legame indissolubile
Intervista a Francesco Vignarca
Pensateci: i luoghi meno in pace del mondo sono anche i più esposti al rischio ecologico, le guerre avvelenano il clima e l’ambiente (dai residui tossici dei conflitti alle emissioni degli apparati militari). La guerra è distruzione, non può mai essere una soluzione e non può favorire un miglioramento delle condizioni. Può solo portare a un deperimento dei diritti e quindi all’allontanamento dalla pace. Parliamone con Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo e autore del libro-inchiesta Disarmo climatico.
Nel libro proponi il concetto di "disarmo climatico", che cosa significa e perché ritieni che oggi sia una priorità politica e culturale?
"Per disarmo climatico intendo un approccio sistemico che affronta insieme (perché insieme stanno!) la minaccia della guerra e quella della crisi ecologica e climatica. È una definizione che come Rete italiana pace e disarmo abbiamo costruito a partire dal 2021 insieme ai movimenti ambientalisti, alle reti internazionali e al mondo della ricerca, e per me arrivarci è stato un processo naturale. Il punto è che non si tratta di aggiungere un capitolo 'verde' alle campagne per il disarmo, né un capitolo 'pacifista' alle campagne per il clima. Si tratta di riconoscere che il modello di sicurezza armata e il modello di sviluppo fossile sono due facce dello stesso paradigma (il dominio, l’estrazione, la competizione illimitata) e che da entrambe si può uscire soltanto contemporaneamente. È una priorità oggi per una ragione di tempo. Il triennio 2023-2025 è stato il primo della storia delle misurazioni con una media sopra il grado e mezzo, e nel gennaio 2026 l’Orologio dell’Apocalisse è arrivato a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto. Eppure l’umanità sta usando la finestra che le resta per riarmarsi anziché per affrontare il problema: nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato il record di 2.887 miliardi di dollari, undicesimo anno consecutivo di crescita. Ogni anno di riarmo è un anno sottratto a quella finestra sempre più stretta. Ecco perché è, prima ancora che una battaglia politica, un lavoro culturale: cambiare il senso comune prima ancora delle norme."
La guerra continua a produrre danni anche molto tempo dopo la fine dei combattimenti. Pensiamo alle tonnellate di CO2, certo, ma tu allarghi gli orizzonti e ci fai vedere che il danno climatico più grave delle guerre è l’erosione della fiducia tra gli Stati, senza la quale nessuna cooperazione è possibile. Ci spieghi brevemente perchè?
"Perché la transizione ecologica funziona come un bene pubblico globale, una 'cassa comune' in cui i costi sono nazionali ma i benefici sono di tutti. E una cassa comune di questo tipo regge a una sola condizione: che ciascuno creda che anche gli altri faranno la propria parte. La teoria dei beni pubblici lo spiega con chiarezza. Appena qualcuno lascia il tavolo in modo vistoso (un ritiro dall’Accordo di Parigi, un confine violato, una città rasa al suolo in piena impunità) il calcolo egoistico contagia tutti e la cassa si svuota. È difficile chiedere a un governo di sacrificarsi per un bene comune che va oltre quello del proprio popolo, mentre altri governi trasformano il diritto internazionale in carta straccia. Ecco perché dico che le guerre fanno un danno climatico che non si misura solo in tonnellate di CO2. Ogni conflitto combattuto nell’impunità avvelena la risorsa più preziosa e più fragile che abbiamo per affrontare la crisi climatica: la fiducia reciproca. E ricostruirla (con il diritto, la trasparenza, la reciprocità, il controllo democratico) è la precondizione per tutto il resto. È lo stesso ragionamento per cui dico da tempo che, come per il conflitto ucraino servirebbe una nuova Helsinki, per il riscaldamento globale serve una nuova Parigi: in entrambi i casi la strada è il dialogo, non la guerra."
Nel dibattito pubblico la sicurezza è spesso associata agli eserciti e agli armamenti. Nel tuo libro invece spieghi un’accezione diversa del concetto di sicurezza. Quale?
"Una delle ambizioni di fondo del libro è proprio cambiare il significato della parola 'sicurezza', perché chi controlla quella parola controlla i bilanci, le priorità, l’immaginario. Non è una disputa accademica: è la lotta politica decisiva di questo decennio. Per troppo tempo la sicurezza è stata declinata quasi solo nella sua accezione 'hard': eserciti, armamenti, deterrenza, difesa dei confini da un nemico esterno. Una sicurezza costruita attorno a minacce astratte e proiettate nel futuro (quante volte abbiamo sentito in questi mesi che dobbiamo comprare armi perché 'quel Paese potrebbe attaccarci'?) che servono a giustificare fondi e posture di riarmo più di quanto rispondano a pericoli concreti. Nel frattempo, ogni giorno, persone reali muoiono per cause ben più immediate. Durante l’ondata di calore di fine giugno 2026 si sono stimati circa dodicimila morti in eccesso in Europa e in Italia l’inquinamento atmosferico provoca oltre quarantamila morti premature l’anno. Sono cifre di 'caduti' tipici di una guerra, prodotti in tempo di pace, che però non muovono vertici d’emergenza e non vengono quasi mai raccontati con la parola 'sicurezza'. Esiste da trent’anni, elaborato in ambito Onu, un paradigma alternativo: la sicurezza umana, che mette al centro non i confini e gli apparati ma le persone e i loro bisogni fondamentali, e che misura la sicurezza in termini di accesso al cibo, all’acqua, alla salute, a un ambiente vivibile. A questo si affianca la 'sicurezza condivisa' formulata già nel 1982 dalla Commissione Palme: in un mondo interdipendente nessuno può rendersi sicuro a spese di un altro, e una nazione è davvero al sicuro solo quando lo è anche la sua controparte. La sicurezza, cioè, o è reciproca o non è. Mettere l’umanità al centro della sicurezza significa riconoscere questo, e investire nella sicurezza climatica, sanitaria e sociale almeno quanto in quella militare... anzi, riconvertendo verso le prime una parte cospicua delle risorse oggi divorate dalla seconda."
Nel tuo libro scrivi che pace e clima “si salvano insieme o non si salvano affatto”. Qual è oggi il principale ostacolo che impedisce questa alleanza tra politiche climatiche e politiche di pace?
"L’ostacolo principale è la deriva che chiamo 'securitizzazione': la tendenza a trattare la crisi climatica come un problema di ordine militare anziché rimuoverne le cause. È un riflesso condizionato (di fronte a una minaccia, per prima cosa ci si arma per proteggersene, invece di eliminarne l’origine) e produce tre effetti concreti e devastanti. Il primo è il sequestro delle risorse: ogni euro definito 'per la sicurezza' tende a essere assorbito dagli apparati militari, sottraendolo all’adattamento e alla riduzione delle emissioni. Il secondo è il sequestro dell’immaginario: se il futuro segnato dalla crisi climatica viene rappresentato come un’inevitabile guerra di tutti contro tutti per risorse scarse, allora armarsi sembra razionale e cooperare viene liquidato come ingenuità. Si innesca così una profezia che si autoavvera. Il terzo è il sequestro del ruolo istituzionale: compiti che spetterebbero a istituzioni civili e democraticamente controllate vengono trasferiti agli eserciti. L’esempio più chiaro è la militarizzazione delle frontiere. I maggiori emettitori storici spendono per fortificare i propri confini in media più del doppio di quanto destinano alla finanza climatica, con punte di oltre dieci volte. È il 'cortocircuito perfetto': la fortezza brucia carbonio per difendersi da una minaccia che il carbonio stesso alimenta. Si combatte il sintomo alimentandone la causa. Finché prevale questa logica (che le élite economiche trovano più redditizia della giustizia) l’alleanza tra clima e pace resta bloccata. Spezzare l’illusione che la sicurezza vera passi dal filo spinato e non dalla giustizia è oggi il compito politico più urgente."
Tra le molte proposte che avanzi, dalla trasparenza delle emissioni militari alla riconversione dell’industria bellica, quale ritieni più urgente e concretamente realizzabile nei prossimi anni?
"La proposta più immediata e la precondizione di tutte le altre è la trasparenza obbligatoria delle emissioni militari: non si può governare ciò che non si misura. Chiediamo che la rendicontazione delle emissioni degli apparati militari (comprese operazioni all’estero, basi, addestramento e filiere industriali) diventi obbligatoria, standardizzata e verificabile nell’ambito della Convenzione Onu sul clima, chiudendo la scappatoia aperta a Kyoto e mai davvero richiusa a Parigi. La scelgo come più urgente perché è tecnicamente realistica: le metodologie esistono già, mancano solo la volontà politica e la pressione delle opinioni pubbliche, che può crearla. E che quella pressione si traduca in azione lo dimostra un esempio recentissimo: il 17 giugno 2026 cinque gruppi parlamentari spagnoli hanno depositato una mozione (frutto del lavoro con la società civile) che impegna il governo a rendicontare 'in modo rigoroso e completo' le emissioni delle Forze Armate e dell’industria della Difesa. È esattamente il tipo di azione, parlamentare e di movimento insieme, che il disarmo climatico chiede di portare in ogni Paese, Italia compresa. Le altre proposte restano decisive e le espongo nel libro dalla più immediata alla più trasformativa: l’inversione della corsa al riarmo (una riduzione anche solo del 10% della spesa militare mondiale libererebbe quasi trecento miliardi di dollari l’anno, l’equivalente dell’intero obiettivo di finanza climatica di Baku... non è utopia, è aritmetica); la riconversione dell’industria bellica in economia civile, che a parità di spesa genera più occupazione degli armamenti; il rafforzamento del diritto, a partire dal riconoscimento dell’ecocidio come quinto crimine internazionale; la protezione dei migranti ambientali; e infine il cambio di paradigma sulla sicurezza, che tiene insieme tutte le altre. Ma senza dati non c’è responsabilità, e senza responsabilità ogni devastazione è destinata a ripetersi: per questo la trasparenza viene per prima."
Nelle conclusioni affidi un ruolo decisivo alla società civile. Che cosa possono fare concretamente cittadini, associazioni ed enti locali per trasformare il “disarmo climatico” da idea a pratica politica?
"Parto da una lezione storica preziosa: le mine antiuomo sono state messe al bando, le munizioni a grappolo proibite, le armi nucleari dichiarate illegali dal diritto internazionale non per iniziativa degli Stati o delle potenze militari, ma per la pressione organizzata delle società civili alleate con i Paesi più sensibili e con le comunità delle vittime. È lo stesso metodo che ha fatto vincere alla campagna Ican il Nobel per la pace nel 2017 (la Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari, ndr). La protezione dell’ambiente e della pace è troppo importante per lasciarla ai governi: sono troppo lenti, troppo prigionieri degli interessi costituiti. Tocca a noi. Concretamente significa costruire un’alleanza globale tra movimenti per la pace, movimenti per la giustizia climatica, sindacati, comunità colpite, mondo della ricerca, enti locali e comunità di fede: un’alleanza che non può essere solo tattica, ma deve diventare continuamente strutturale. Questo lavoro ha già un luogo e un nome: il gruppo internazionale 'Arms, Militarism and Climate Justice', da cui sono nate le Settimane di azione globale per la pace e la giustizia climatica, la cui terza edizione si tiene dal 21 al 27 settembre 2026 attorno a una parola d’ordine che riassume tutto: disinvestire dalla guerra, investire nella transizione giusta. Per l’Italia significa un’agenda precisa: difendere e applicare integralmente la legge 185 del 1990 sull’export di armi; pretendere che il Parlamento discuta i programmi di riarmo alla luce del sole, con valutazioni indipendenti anche del loro impatto climatico, sostenendo il monitoraggio civico dell’Osservatorio Mil€x; chiedere che l’Italia firmi e ratifichi il Trattato di proibizione delle armi nucleari, come chiede da anni la campagna 'Italia, ripensaci'. E ci sono anche gli Enti Locali, ambito spesso sottovalutato e invece decisivo anche perché sono quelli che poi devono concretamente gestire i disastri climatici, gli eventi estremi, i problemi dei propri cittadini. Sono centinaia i Comuni che hanno aderito ad appelli come l'Ican Cities Appeal o si sono dichiarati territori di pace: quella stessa rete di amministrazioni può farsi promotrice di scelte concrete di disarmo climatico, con bilanci comunali trasparenti sulle ricadute militari, mozioni per la riconversione, gemellaggi solidali, piani locali di adattamento che mettano al centro le persone più fragili invece della logica securitaria. È la dimostrazione che il disarmo climatico non è solo materia di vertici internazionali, ma si costruisce anche dal basso, una comunità alla volta. A chi obietta che con la guerra alle porte parlare di disarmo è ingenuo, rispondo con i dati: è esattamente adesso il momento, perché la storia dei movimenti ci dice che il poco tempo che resta può ancora essere usato bene. Il percorso del mio libro parte dalla citazione del 'deserto' che Tacito ci ricorda essere stato il parametro della 'pax romana': dipende da noi condannarci a esso come unico orizzonte possibile. Pace, clima e uguaglianza sono un solo, indivisibile orizzonte e, ben lontani dall'essere un sogno vuoto, rappresentano il realismo imposto dalla gravità del presente. Questo libro è un invito a smettere di guardare altrove e a scoprire che, quando la società civile decide di muoversi, i muri che sembravano eterni cadono. Il primo passo è capire quanto profondamente pace e clima siano legati; il secondo è mettersi in cammino. Vi aspetto tra queste pagine, e poi nelle nostre campagne e mobilitazioni."
Immagine: ICAN - International Campaign to Abolish Nuclear Weapons



